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Dal capitolo 1 - Altre direzioni
«Adesso basta. Iniziate la terapia», disse secco Borgato, e uscì dalla stanza seguito dall’intero gruppo.
Andrea si voltò verso la signora Maltoni e vide l’espressione di smarrimento che si era disegnata sul suo viso. Per un istante sfiorò gli occhi della donna con i suoi. Nessuno poté notare quel brevissimo contatto, ma la paziente sembrò rasserenarsi.
Nel corridoio, Andrea allungò il passo quanto bastava per affiancare il suo superiore e gli si parò davanti. Il gesto provocò imbarazzo e disagio nei colleghi: stava sfidando Borgato?
«Professore, mi spiace dover insistere, ma ieri sera ho parlato a lungo con la paziente. Lei non riesce a descrivere cosa c’è che non va, ma io credo che non riconosca se stessa, che abbia la sensazione di essere cambiata».
Gli occhi del professore fiammeggiarono per un momento. Poi osservò l’espressione di Andrea, determinata ma franca: lo fissava senza abbassare lo sguardo, ma i suoi modi non esprimevano rivalità. Borgato conosceva la sua onestà, le sue notevoli doti mediche e la sua capacità quasi incredibile di comprendere i bisogni profondi dei pazienti. Riconobbe che non voleva prevalere su di lui, ma solo fare coscienziosamente il suo dovere. Cercando di controllare il tono della voce, chiese: «A cosa stai pensando?».
Appena un mormorio: «A un Cushing, professore».
Il respiro di Borgato si arrestò per un istante. All’improvviso tutti i sintomi della signora – il diabete, l’ipertensione, il viso rotondo e rubizzo, anche il senso di estraniazione colto da Andrea – si coagularono nella sua mente. Morbo di Cushing! Come aveva fatto a non pensarci? Il suo assistente poteva avere ragione.
Mantenne un atteggiamento sostenuto ma, avviandosi verso l’uscita del reparto, disse: «Va bene, fai gli esami che ritieni opportuni».
Homo sapiens
Mentre Sarah dipanava questo eccezionale racconto nella debole luce dell’aula, Andrea si sentì rapire dal bagliore magnetico delle diapositive, dalla suggestione delle carte geografiche, dallo spettacolo dell’immensa odissea di un’umanità bambina. Gli parve di veder scorrere davanti agli occhi quella smisurata saga planetaria. Vide cacciatori nella notte africana parlare, ridere, cantare intorno al fuoco, scena primigenia di fratellanza e di calore umano. Vide migranti attraversare terre sconosciute, nell’eterno anelito a una vita migliore: affrontavano deserti dai limiti ignoti, disperati alla ricerca dell’acqua; si inerpicavano su montagne ostili, incerti su ciò che li attendeva oltre le creste; avanzavano nelle tormente del Nord per non morire, coperti di pelli e di neve; issavano le vele, marinai impudenti e coraggiosi, per dirigersi verso l’ignoto. Vide bande di uomini scontrarsi e uccidersi, colpevoli e vittime di quell’innata aggressività che non riusciamo a disgiungere da noi stessi. Ma li vide anche rivelare la sensibilità che rende unici gli umani quando, già più di 30.000 anni fa, dipingevano nelle grotte europee animali di stupefacente bellezza. Tutto questo vide, e sentì la fierezza, irrazionale ma potente, di appartenere alla sua specie. Si trovò a chiedersi cosa potesse fare – lui – per meritare tanto onore, per dare il suo contributo al cammino dell’umanità.
Ma non poté continuare a fantasticare: la lezione era finita.

Perfezionare l'uomo?
«E tu pensi che sia giusto modificare il genoma umano?», chiese Andrea.
«Penso che sia vano negare che fin dall’alba dell’umanità abbiamo coltivato l’aspirazione di liberarci dei vincoli imposti dal nostro corpo. La letteratura ne porta infinite testimonianze: da sempre sogniamo di possedere la forza di Sansone o l’invulnerabilità di Achille, di respirare come i pesci o di volare come gli uccelli. Il fatto è che noi siamo una specie unica, capace di un pensiero astratto che ci consente di immaginare cose che non esistono. Anche di sfuggire alle nostre limitazioni».
«E di desiderare di vivere più a lungo, magari in eterno».
«Sì. L’uomo è anche il solo animale che sa di dover morire. Ma ha sviluppato enormemente la percezione del sé, la coscienza del proprio io, che urla contro il nostro destino ineluttabile».
Andrea aveva smesso di mangiare e non distoglieva lo sguardo da lei.
«Forse è l’entusiasmo del momento che mi fa parlare», disse, «ma adesso darei qualunque cosa per poter lavorare su questi temi. Usare la genetica per dare una vita migliore a tutti gli uomini che verranno è ancor più che alleviare le sofferenze: è creare una nuovo modo di esistere».
Acadia
«La Via Lattea...», ripeté Sarah con voce divenuta all’improvviso lontana.
«Cosa ho detto di strano?».
«Niente, mi sono ricordata di un episodio della mia infanzia. Risale a quando avevo forse sette, otto anni».
«Continua», la esortò Andrea.
«Avevo trovato, in un fumetto che mi era capitato fra le mani, la storia di un piccolo astronauta che viaggiava nello spazio. Attraversava la Via Lattea, che era raffigurata da uno sciame di bottiglie di latte oscillanti nel vuoto. Io non l’avevo mai sentita nominare prima di allora ma, per il modo in cui se ne parlava, mi sembrava di capire che esistesse davvero. Allora sono andata da mio padre per chiederglielo, e lui mi ha risposto di sì. Al che io, un po’ sorpresa, ho voluto sapere se fosse proprio fatta di bottiglie di latte. Lui mi ha spiegato che no, è composta da tantissime stelle; così tante e così vicine tra loro che sembrano formare un nastro continuo nel cielo. Per farmi capire meglio, ha preso un vecchio testo di astronomia dalla libreria e lo ha aperto su immagini della Via Lattea vista al telescopio. Ho un ricordo vivissimo di quell’episodio: la sua voce paziente che mi spiega, l’odore delle pagine ingiallite, quelle scie meravigliose di stelle. È stato come se mio padre mi consegnasse la saggezza e la sapienza accumulate dall’umanità. Forse è stato allora che ho cominciato ad amare la scienza. Certo è stato allora che in me è nato l’amore per l’insegnamento, anche se l’ho scoperto solo molti anni più tardi».
***************
Non sarebbe stato possibile immaginare una mattinata più perfetta. Il sole, luminoso e tiepido, aiutava a dissipare le ombre dell’animo. Il vento fresco al traverso li spingeva veloci. La barca era agile e nervosa, piccole creste di spuma imbiancavano la superficie del mare.
Andrea prese la barra del timone e sentì la Osprey fremere fra le sue mani. Adorava da sempre quella sensazione.
«Lei è una splendida barca», disse.
Gli piaceva usare quell’espressione dello speciale amore che gli inglesi nutrono per le barche e che si riflette nella loro lingua. In inglese tutte le cose inanimate hanno genere neutro, ma non le barche e le navi. Per loro si usa il femminile. Loro sono donne.
Verso l’ora di pranzo il vento rinforzò. Per quell’intensità, ora la barca portava troppe vele.
«Dovremmo ridurre la velatura», disse Andrea.
L'incertezza della scienza
Andrea si sentiva confuso. Rifletté per qualche secondo, cercando un appiglio, poi chiese: «Però la matematica non si occupa di cose concrete, di oggetti reali. Le verità matematiche sono astratte e universali. Possiamo considerare almeno quelle come assolute?».
«Ah, questa domanda richiede una visita al laghetto giapponese», sogghignò George, alzandosi e invitando Andrea a seguirlo.
Raramente portava qualcuno in quel luogo, che considerava quasi un suo personale rifugio, ma la discussione continuava a stimolarlo e a divertirlo.
Si avviarono di nuovo su per la collina e dopo alcuni minuti raggiunsero il minuscolo specchio d’acqua; intorno, la vegetazione lo isolava dal resto del giardino botanico.
«È un piccolo angolo di mondo», disse il matematico, «un luogo che ispira serenità e induce alla concentrazione. Il mio preferito, qui».
Il laghetto, alimentato da una frusciante cascatella, era un piccolo gioiello elaborato secondo precise regole di paesaggistica ornamentale. Le costruzioni di legno in stile, le tipiche lanterne di pietra, i massi disposti ad arte nell’acqua e intorno al bacino ricreavano una tipica e classica atmosfera giapponese.
«Non per nulla gli uomini del Sol Levante costruiscono i loro giardini per propiziare la meditazione», disse George facendo un ampio gesto per invitare Andrea a osservare l’area.
I due si sedettero sulle rocce e il matematico rispose alla domanda di Andrea come se non si fossero mai interrotti.
«Era il 1931 e la rivoluzione della fisica non si era ancora del tutto assestata, quando il logico austriaco Gödel fulminò il mondo della matematica dell’epoca con due teoremi».

Vero e falso
Si accomodarono sul divanetto nello studio di George e Andrea provò a tirare le somme: «Dunque, in meno di ventiquattro ore abbiamo detto che l’uomo ha perso la sua centralità nell’universo, poi la fede assoluta in scienze fondamentali come la matematica e la fisica e, per conseguenza, in tutte le altre. Infine oggi abbiamo concluso che, in ogni caso, la scienza non può fare affermazioni definitive di alcun genere». Sorrise ironico: «Dovrei essere depresso, ma non lo sono. In fondo ho solo acquistato la consapevolezza che la scienza, come ogni altra attività umana, non è perfetta. Un uomo moderno dovrebbe essere ormai assuefatto a quest’idea».
«Non avresti potuto esprimerlo meglio», rispose George, quasi orgoglioso di lui: «Sono contento che tu accolga questa visione».
La conversazione poteva sembrare conclusa, ma sul viso di George era comparso un sorrisetto beffardo. Inaspettatamente, disse: «Però c’è qualcuno che pensa che un ultimo assoluto possa ancora esistere».
«Di che si tratta?», chiese Andrea sorpreso.
«Questo dovrebbe spiegartelo il “qualcuno” stesso. Non so quanto tempo tu abbia a disposizione, ma potresti essere interessato a incontrarlo. È un astronomo, si chiama Leonard ed è un mio buon amico. Vuoi che lo chiami?».
«Sì, per favore».



