Capitolo 1 - Eterne aspirazioni umane

 

Aspiriamo a non morire perché con l’intelligenza abbiamo ricevuto il dono del pensiero astratto, della facoltà di immaginare cose che non esistono, persino impossibili, e di fare previsioni per il futuro. Ci dà un potere immenso, sul quale si fondano tutta la cultura e la civiltà umane. Ma questa dote eccezionale ha un risvolto spiacevole: l’uomo è l’unico animale che sa di dover morire. Che la morte non è solo un evento possibile – questo lo sanno molti altri esseri viventi –, ma un esito inevitabile.

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Senza la tecnologia saremmo degli animali molto fragili. Basta ricordare che negli ultimi due o tre milioni di anni la Terra ha visto nascere molte altre specie appartenenti, come noi, al genere Homo. Per esempio quelle cui abbiamo dato il nome di H. abilis, H. ergaster, H. erectus e, naturalmente, il famosissimo H. neanderthalensis, che ha camminato sulla Terra per qualche tempo insieme a noi e col quale ci siamo incrociati. Nessuna di queste specie è sopravvissuta, neppure l’uomo di Neanderthal, che aveva un cervello persino un po’ più grande del nostro. Anche noi – che ci siamo orgogliosamente definiti Homo sapiens – dobbiamo forse al caso o alla fortuna la nostra esistenza. Ce lo racconta il nostro DNA. [...] Questo indica che l’intera umanità, in un momento remoto della sua storia, si è ridotta a poche migliaia o forse solo a qualche centinaio di individui. Abbiamo oscillato sull’orlo dell’estinzione, che è stata il destino di tutte le altre specie di Homo prima di noi.

 

Capitolo 2 - La biologia e la genetica molecolari

 

La biologia molecolare è uno dei grandi successi scientifici dei nostri tempi. Quando, nel 1979, il grande giornalista scientifico Horace Freeland Judson scrisse una magistrale storia dei suoi primi due decenni, intitolò il libro L’ottavo giorno della creazione. A quell’epoca neppure lui poteva sapere appieno quanto quel titolo fosse preveggente.

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Ma la tecnologia del DNA ricombinante non è priva di rischi. Effettivamente, gli stessi scienziati che ne furono pionieri si preoccuparono molto delle conseguenze di possibili applicazioni condotte con leggerezza. Tanto da essere indotti, fra il 1974 e il 1975, a decretare una moratoria sul suo impiego. Durò meno di un anno, poi furono elaborate delle regole di comportamento e tutti si tranquillizzarono. Forse non totalmente a ragione.

Non c’è dubbio, comunque, che la biologia molecolare abbia generato un’enorme messe di conoscenze biologiche e mediche. Quando studiavo medicina, a cavallo degli anni Settanta e Ottanta, la maggior parte delle malattie era definita da una litania di segni e di sintomi che spesso si potevano solo imparare a memoria, perché fra loro c’erano poche connessioni logiche note. Oggi conosciamo, almeno in parte, le cause molecolari di moltissime patologie e i meccanismi patogenetici attraverso i quali tali cause determinano i sintomi con cui una specifica affezione si manifesta. Il nuovo sapere ci ha permesso di moltiplicare l’armamentario farmacologico a nostra disposizione, perché ora siamo in grado di individuare le molecole da colpire per curare o trattare le malattie.

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Come lo sbarco sulla Luna aveva stimolato l’invenzione e il potenziamento di nuove tecnologie, inclusi i computer, così lo sforzo per leggere il DNA umano ha scatenato una corsa allo sviluppo di strumenti rivoluzionari per sequenziare enormi quantità di DNA. Oggi possiamo leggere il genoma di qualunque persona in un giorno e al costo di meno di un migliaio di euro. Il passaggio a strumenti e metodi completamente nuovi, al cosiddetto sequenziamento di seconda generazione, ha richiesto pochi anni. Tutt’oggi, la velocità di lettura continua ad aumentare vertiginosamente e i costi a diminuire. Siamo arrivati alle tecniche di terza generazione e non ci fermiamo. Con queste smisurate capacità abbiamo sequenziato il DNA di decine di migliaia di animali, piante, batteri e virus, e il numero è in costante crescita.

Se con il genoma umano avevamo ottenuto la mappa di noi stessi, ora possediamo il planisfero della vita.

 

Capitolo 4 - L'essere umano, animale imperfetto

 

Possediamo una naturale tendenza a ragionare mettendo noi stessi presuntuosamente all’apice del mondo. Sappiamo di discendere da innumerevoli altre specie biologiche – di cui magari pensiamo di essere la versione meglio riuscita – e ci rappresentiamo tutti gli altri animali a nostra somiglianza. Come gradini successivi di un cammino evolutivo che, al di là dell’infinita varietà degli organismi viventi, ha sempre rispettato gli stessi canoni fondamentali, fino ad arrivare a noi. Abbiamo anche inventato un nome altisonante per la nostra supponenza: concezione antropocentrica. Questo preconcetto subconscio ci ha fatto a lungo ritenere che tutte le specie viventi, nei loro tratti basilari, somiglino a noi. Eppure, sebbene con lentezza, stiamo accettando di essere solo una delle innumerevoli e diversissime forme di vita che la natura ha creato e continua a evolvere.

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Abbiamo impiegato molto tempo a sciogliere questo enigma, ma alla fine abbiamo trovato la soluzione: le cellule umane sono molto più resistenti alla trasformazione tumorale di quelle dei topi. Si sono evolute in questo modo per consentire la sopravvivenza di un organismo piuttosto grande e longevo come il nostro. Però non abbiamo elaborato la miglior difesa possibile, solo quella sufficiente a permetterci di vivere la nostra vita e procreare, conservando così la specie. Infatti le neoplasie maligne compaiono per lo più dopo l’età riproduttiva; quando, dal punto di vista dell’evoluzione, il nostro compito si è esaurito e siamo diventati dispensabili.

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Il ratto talpa (Heterocephalus glaber) è un animaletto a vita sotterranea, grande quanto un topo, dall’aspetto non proprio attraente. Ciò che la natura gli ha negato in avvenenza, glielo ha restituito in salute. Il ratto talpa è il roditore più longevo, superando in cattività i trenta anni di vita. È noto, fra gli altri suoi aspetti molto interessanti, per la resistenza ai tumori: in pratica non ne sviluppa mai di spontanei, ed è stato mostrato che è incredibilmente resistente a sostanze chimiche cancerogene.

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Una seconda dimostrazione del pregiudizio antropocentrico, inconsapevole ma clamorosa, la troviamo nei ragionamenti su un’altra nostra caratteristica, quella di invecchiare perdendo progressivamente forza ed efficienza. Tutti abbiamo familiarità con gli effetti dello scorrere del tempo sugli esseri umani; infatti sappiamo dire se una persona è più giovane o più vecchia di un’altra e pressappoco che età ha. Questo ci fa credere di sapere cos’è l’invecchiamento. Per renderci conto che si tratta di un’illusione, basta allontanarci dalla dimestichezza con gli esseri umani e chiederci se il formichiere o il gufo che vediamo allo zoo siano giovani o vecchi. Per non dire dell’età di un albero, di un arbusto o di un lichene. Più difficile: supponendo che qualcuno ci dica l’età di questi esseri, in che relazione la mettiamo con la nostra? Saranno più giovani o più vecchi di noi? E in che senso possiamo dirlo? Il fatto è che l’invecchiamento è uno dei grandi misteri della biologia. 

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Questi esseri si comportano all’opposto di noi: è come se ringiovanis- sero con l’età. Di cosa muoiono, allora, i membri di queste specie? Di predazione, di malattie, di incidenti, ma a quanto pare non di senilità. Gli studi citati e altri simili indicano che in natura la risposta degli organismi al passare del tempo varia in maniera estremamente ampia e sorprendente. Il nostro modo di invecchiare si colloca a un estremo di una vastissima gamma di possibilità. All’estremo sgradevole.

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Ma i campioni di rigenerazione dei vertebrati sono i tritoni (fig. 32), anfibi della lunghezza di 5-15 centimetri appartenenti alla famiglia del- le Salamandridae. Alcune specie sono in grado di riprodurre praticamen- te qualunque parte del loro corpo: le zampe, la coda, la mandibola, il cervello, il midollo spinale, il cuore, l’occhio, ecc. Qualunque ferita non uccida l’animale viene riparata, qualsiasi parte amputata viene rigenerata, riportandolo allo stato precedente.

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Potremmo continuare a elencare capacità che non possediamo e che invidiamo ad altri esponenti del mondo animale, ma il tema generale ormai dovrebbe essere chiaro. In linea del tutto teorica, gli esseri umani possono essere migliorati, e di gran lunga. Da questa conclusione, una domanda discende spontanea: la genetica molecolare potrebbe aiutarci a imitare le specie più “fortunate”?

 

Capitolo 5 - E' possibile perfezionare Homo sapiens?

 

Il regno animale, di cui peraltro abbiamo ancora una conoscenza estremamente limitata, è una fonte inesauribile di meraviglia. È un grande libro riccamente illustrato, pieno di stupefacenti invenzioni biologiche a noi sconosciute o proibite. Un libro da cui purtroppo, violentando il pianeta che abitiamo, continuiamo ottusamente a strappare pagine ogni giorno. Non le abbiamo ancora lette e non potremo farlo mai più.

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Il secondo fondamento della tesi che non si possano migliorare le specie viventi è la credenza che la selezione naturale raggiunga inevitabilmente un apice di affinamento non oltrepassabile: una sorta di perfezione, almeno entro i limiti concessi agli organismi biologici. In realtà la selezione naturale non genera esseri perfetti, ma solo specie adattate il meglio possibile all’ambiente in cui vivono. Per di più, nel farlo, spesso si infila in vicoli ciechi. Una specie adattata in modo troppo stretto alle condizioni vigenti in un luogo e in un periodo specifici si rivela spesso incapace di adeguarsi a cambiamenti ambientali improvvisi. E si estingue. Questo è il motivo per cui la maggior parte delle specie animali e vegetali che si sono succedute sulla Terra oggi non esiste più. Non sono state in grado di rispondere ai cambiamenti climatici, alla scarsi- tà di acqua o di cibo, all’avvento di nuovi predatori o malattie, e sono scomparse per sempre.

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E ora, provate a stimare le probabilità che un apprendista orologiaio inesperto e presuntuoso – quali siamo noi nei confronti della genetica – riesca a migliorare un cronometro di precisione aggiungendo o togliendo un ingranaggio nel suo complicato meccanismo. Quasi nulle, non è vero? Sarà dunque mai possibile mettere le mani in una macchina immensamente più intricata, come il nostro corpo, senza danneggiarla in modo irreparabile?

Sorprendentemente, la risposta è un cauto sì. [...]

Dunque anche la natura procede per tentativi, attraverso mutazioni e variazioni casuali del corredo genetico. E per lo più sbaglia, finché qualche cambiamento non produce un beneficio; ma pressoché sem- pre con dei costi.

Noi abbiamo almeno un vantaggio sull’evoluzione, che è cieca e non ha obiettivi: possiamo scegliere i nostri bersagli, sapendo almeno in parte cosa stiamo facendo e per quali scopi. E sostenuti da esperimenti condotti su cellule e su animali. Se decidessimo di modificare il nostro genoma, non spareremmo a caso, sperando in un colpo fortunato. Per questo l’idea di migliorare la specie umana ci sembra credibile.

 

Capitolo 6 - Superumani

 

Ora che abbiamo assaporato le meraviglie del possibile, dobbiamo porci una domanda: vorremmo vivere più a lungo, rimanendo in forze e in salute anche nella vecchiaia estrema, protetti dai tumori e magari dotati di una memoria superiore? O meglio, giacché per noi è troppo tardi, vorremmo che di queste capacità superumane godessero i nostri figli?

Se decideremo di intraprendere questo cammino, forse un giorno Icaro non avrà bisogno della cera, per mettere le ali.

 

Capitolo 7 - E' follia?

 

Qualche tempo fa, in una lezione alla facoltà di Medicina, rispondendo a una domanda ho detto che esiste già oggi la possibilità teorica e pratica di creare persone resistenti ai tumori. Gli studenti mi hanno chiesto sbalorditi: “Ma allora, perché non lo facciamo?”. Mi ci è voluta un’intera altra lezione per spiegarlo. Freniamo l’entusiasmo, modificare il genoma umano non è esattamente una scampagnata.

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E visto che abbiamo parlato di fantascienza, consentiamoci una digressione. Molti non la considerano parte della grande letteratura. In qualche misura può dipendere dall’abilità artistica dei suoi scrittori, ma credo che esista un pregiudizio che va ben al di là della forma letteraria. Nella pittura europea – ma non in quella cinese, per esempio – la paesaggistica è stata considerata storicamente una forma di espressione minore rispetto al ritratto di persone. Allo stesso modo, la fantascienza è vista come un genere inferiore al romanzo, che esplora i rapporti fra gli uomini e la loro psicologia. A ben pensarci, si tratta dello stesso punto di vista: tanto nella pittura quanto nella letteratura si vuole che sia l’essere umano a prendere il centro della scena. Però la grande fantascienza ha l’immenso valore di anticipare possibilità a cui la maggior parte delle persone non pensa, anzi di cui spesso non conosce neppure l’esistenza. Questo genere, libero da obblighi di verosimiglianza immediati, esplora le possibili applicazioni di conoscenze e tecnologie appena in erba o ancora di là da venire. Anticipa così l’ineludibile confronto dell’umanità con la tecnologia che essa stessa creerà.

 

Capitolo 8 - Avverrà, è già avvenuto

 

Era il 2004, la manipolazione della linea germinale umana era ancora un tabù. Si trattava più che altro di un’ipotesi teorica, un argomento di interesse per pochi scienziati, filosofi e bioetici; e naturalmente transumanisti. Del resto le capacità tecniche per effettuarla erano ancora specialistiche e complesse, e perciò in possesso di pochi laboratori. Tenerli d’occhio era facile: tentativi di esperimenti sull’uomo non sarebbero sfuggiti. Eppure, in un articolo dedicato allo stesso tema di questo libro, si diceva:

... la storia dell’umanità insegna che una capacità tecnologica acquisita non rimane a lungo inutilizzata. Al contrario qualcuno, in qualche luogo, la metterà in pratica con uno scopo od un altro, legalmente o contro la legge e il volere comune. L’uomo non si è lasciato fermare dal timore di produrre, con le sue invenzioni e la sua tecnologia, disastri ecologici o armi di sterminio. Né è riuscito realmente ad astenersi, come pure si era solennemente ripromesso, dal colonizzare l’Antartide o lo spazio extraterrestre a fini di potere. C’è sempre un interesse forte, una ragion di Stato, una nobile causa o una forza sociale inarrestabile che porta a scoperchiare il vaso di Pandora.

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Erano passati solo tre anni dalla prima alterazione del DNA di un embrione umano, quando il ricercatore cinese He Jiankui ha proclamato di aver creato le prime due bambine geneticamente modificate, le gemelle Lulu e Nana,** utilizzando la tecnologia CRISPR. L’annuncio è stato dato inizialmente su YouTube: una presentazione di risultati scien- tifici davvero singolare. Precedeva di poco il secondo Vertice interna- zionale sulle modifiche genetiche umane*** – sì, esiste un tale congresso: parlare dell’argomento non è vietato, naturalmente. Tre giorni dopo, dal podio del Vertice, He ha confermato di aver eseguito l’esperimento.

Il vaso di Pandora era stato aperto.